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Mercoledì, 08 febbraio 2012     



La metamorfosi dell'incertezza

Torino Cogne - parte 2^

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Cogne - parte 2^

Scritto da Gianandrea Serafin
venerdì 26 ottobre 2007

Risulta ormai noto alla cronaca il caso dell’omicidio di Cogne che è stato uno dei casi su cui più si è parlato negli ultimi anni. La dinamica dei fatti ha fatto si che fin dalle prime ore vi fosse stata una particolare attenzione da parte dei media e degli organi di stampa, cosa che ha trasformato questa triste storia nell’argomento preferito per i molteplici dibattiti televisivi che abbiamo assistito negli ultimi anni.

Come precedentemente detto, la vicende è oramai nota a molti; cerchiamo però ora di analizzarla secondo due concetti utilizzati molto spesso in Criminologia.

Mi riferisco alla duplice caratteristica di criminogenesi e criminodinamica del delitto, o meglio come ha origine un ipotesi delittuosa, e come si sviluppa si sviluppa l’azione lesiva. Premesso che la vera verità, e consentitemi il termine, non è possibile conoscerla e quindi l’unica verità risulta essere solo quella emersa in sede processuale.

La vicenda ha il suo inizio nella mattina del 30 gennaio 2002, all’incirca intorno alle ore 8.00, quando la vittima Samuele Lorenzi viene ritrovato in un lago di sangue dalla madre Annamaria Franzoni. Fin dall’inizio si evidenzia una grave emorragia, si accerterà in seguito, dovuta a numerose ferite alla testa.

Una “discussa” [1] telefonata della donna al 118 e al medico di famiglia, permette di ipotizzare

che la vittima possa essere stato vittima di un aneurisma.

Il successivo intervento dei soccorritori del 118 (recatisi sul posto in elicottero) che, notando lo stato della cosiddetta “scenae criminis”, fa supporre che si possa essere di fronte ad un ipotesi criminosa di natura infanticida [2].

Fin dai primi sopraluogo effettuati dal RIS dei Carabinieri e dagli interrogatori, emergono alcune incongruenze sostanziali che a distanza di 40 giorni dal delitto consentiranno una ricostruzione della dinamica dei fatti che ha come principale sospettata Annamaria Franzoni, indagata con l'accusa di omicidio volontario nei confronti del figlio.

Uno dei primi elementi che ha reso questa vicenda di difficile comprensione, e che è alla base delle critiche mosse all’impianto accusatorio, è data dall’assenza della cosiddetta “arma del delitto” [3].

Fin dalle prime fasi dell’indagine e poi soprattutto durante la fase processuale appare evidente come la mancanza di prove oggettive sarà destinata a diventare terreno di scontro fra le due parti; accusa e difesa. Gli elementi su cui si basa l’impianto accusatorio sono prevalentemente concentrati sulle famose perizie eseguita sugli schizzi di sangue (la cosiddetta BPA in precedenza citata) ritrovati sul pigiama della Franzoni che ipotizzerebbero che il pigiama fosse indossato al momento del delitto dall'omicida.

Secondo l'accusa, inoltre, la Franzoni parrebbe essere l'unica persona che poteva compiere tale reato in quei precisi momenti per ragioni legati ai tempi di esecuzione del delitto; come per altro citato essere uno dei famosi 10 punti. Il suo alibi di pochi minuti, aver accompagnato il figlio maggiore, Davide, alla vicina fermata dello scuolabus, per poi tornare subito a casa ,non solo sarebbe compatibile con i tempi esecutivi del delitto, ma appare come improbabile l’ipotesi dell'esecuzione da parte di terzi. Uno degli elementi dell'accusa, più discussi in sede processuale, si basa sul comportamento della Franzoni successivamente al delitto come ad esempio alcune frase dette dalla stessa e poi corrette e la presunta “freddezza emotiva” su cui il giudice di primo grado ha basato parte della condanna.

Per quanto riguarda , invece, le ipotesi della difesa è utile riportare un episodio avvenuto nel luglio del 2004, anno in cui a seguito di una denuncia fornita dai coniugi Lorenzi si inizia a sospettare su di un vicinio di casa come il "vero assassino" di Samuele Lorenzi. Questa denunzia avrà esisto negativo e gli stessi accusatori verranno indagati per calunnia.

Durante il procedimento penale di primo grado, inoltre, l’imputata verrà sottoposta a numerose perizie psichiatriche che accerteranno la piena e totale imputabilità della stessa.

In 2004 è anche l’anno in cui termina il processo di primo grado in cui la sig.ra Annamaria Franzoni viene condannata a 30 anni di carcere [4].

In questo anno il processo mediatico darà il via al cosiddetto "Cogne bis", un procedimento parallelo al predente e che vedrà imputati 11 persone.

Dal risultato diverso dalla precedente risulterà essere la seconda perizia [5] richiesta per il processo in Corte d’assise d’appello (il cosiddetto processo d’appello o di secondo grado). In questa verrà evidenziata nell’imputata un personalità definita affetta da "nevrosi isterica" ovvero legata ad uno stato crepuscolare di coscienza; quello che potrebbe essere anche definito come Disturbo Borderline di personalità.

La maggiore sospettata ed per certi versi anche l’unica è stata fin dall’inizio della vicenda la Sig.ra Annamaria Franzoni, madre della piccola vittima e dichiaratasi fin dall’inizio innocente.

Ciò che ha reso noto questo caso è stato il clamore che suscitato la vicenda, facendo si che si esistesse ad una sempre maggiore attenzione da parte dei media e che nell’opinione pubblica si creasse una profonda spaccatura fra innocentisti e colpevolisti. C’è chi sospetta che questo possa, in qualche modo, essere stato voluto come strategia difensiva; per altri invece, la massmediatizzazione del caso ha avuto esiti negativi.

Merita una citazione, per quanto riguarda la strategia difensiva, il cambio dei legali voluto dalla famiglia Lorenzi. [6]

Il giudizio dei giudici di secondo grado, conclusosi il 27 aprile 2007, non si differenzia molto dal primo, se non per una minore pressione psicologica dell’opinione pubblica. L’imputata viene, comunque, ritenuta colpevole e la condanna ridotta a 16 anni di reclusione.



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[1] Uno dei 10 punti su cui accusa e difesa si sono più dati battaglia è dato proprio dalle manifestazioni emotive evidenziate dalla Frabnzoni durante questo telefonata.



[2] Secondo la definizione dell’articolo 577 del codice penale italiano.



[3] Nonostante i numerosi sopralluoghi nella SdC e l'utilizzo di tecniche sofisticate come l'uso del ormai famoso Luminol, analisi dettagliate su impronte digitali, e della Bloodstain pattern analysis ovvero l’analisi delle macchie di sangue.

[4] La pena dell’ergastolo prevista nell’ipotesi di omicidio ai danni di un discendente (art. 577 c.p.) viene ridotta a 30 anni di reclusione in seguito alla richiesta di rito abbreviato e grazie alla concessione delle attenuanti generiche.



[5] A tale proposito è opportuno ricordare il rifiuto della donna di sottoporsi ad una seconda perizia psichiatrica, che sarà eseguita solamente sulla documentazione audio e video dalle numerose interviste e apparizioni televisive della donna.

[6] La difesa di Annamaria Franzoni è passata in ordine cronologico agli avvocati Carlo Federico Grosso, Carlo Taormina, poi dopo il ritiro di questi per protesta, a Paola Savio (legale d'ufficio).


Dove:  Torino



Autorizzazioni Prefetto Torino Prot. N. 278/00 - Sett. 1/PAY/272 del 09/10’/2000 (ex art. 134 T.U.L.P.S.) e 16401/07/w.a.area 1 ter del 06/06/2007 (ex artt. 38 e 222 del D.L. 28.7.1989 n. 271 - indagini difensive)

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